Se Ezra Pound fu fascista solo in superficie

 

«Uso impro­prio e offen­sivo» che «frain­tende e umi­lia la figura di geniale pro­dut­tore di poe­sia e gene­roso orga­niz­za­tore di cul­tura ridu­cen­dola al suo soste­gno del fasci­smo e alle sue bat­ta­glie eco­no­mi­che»; que­sta l’accusa mossa a Casa­Pound dai fir­ma­tari di una recente let­tera di soli­da­rietà alla figlia di Ezra Pound, Mary de Rachewiltz, che ha inten­tato un’azione legale con­tro l’associazione della destra radi­cale per appro­pria­zione inde­bita del nome del padre. Nel testo i fir­ma­tari aggiun­gono come il poeta ed eco­no­mi­sta sta­tu­ni­tense non meriti di «essere iden­ti­fi­cato con una poli­tica che egli cono­sceva solo superficialmente».

Ora, tra­la­sciando qui la que­stione non banale se rien­tri tra i com­piti di un intel­let­tuale quello di veri­fi­care se e in quale misura possa essere con­sen­tito a un’associazione di fre­giarsi di un nome piut­to­sto che di un altro, è il con­te­nuto della let­tera a sol­le­vare qual­che per­ples­sità. Secondo i suoi esten­sori, infatti, Ezra Pound avrebbe cono­sciuto solo super­fi­cial­mente il fasci­smo. Ma è pro­prio così? Tim Red­man, pro­fes­sore dell’Università del Texas, nel suo Ezra Pound and Ita­lian fascism (Cam­bridge Uni­ver­sity Press, 1991), ha osser­vato come l’indubbia ade­sione di Pound al fasci­smo ori­gi­nasse dalle rifles­sioni che l’economista ete­ro­dosso andava svi­lup­pando in tema di riforma eco­no­mica e sociale («Pound’s sup­port for Ita­lian fascism was not the result of psy­cho­sis but was con­si­stent with and deve­lo­ped from his thought about social and eco­no­mic issues», p. 7).

Jef­fer­son e/o Mus­so­lini, scritto da Pound nei primi anni Trenta, sem­pre secondo Red­man, atte­sta un’ottima cono­scenza della situa­zione ita­liana («he knew Italy very well, and his com­ments about the pecu­liarly Ita­lian nature of fascism as a response to spe­ci­fic Ita­lian pro­blems are well rea­so­ned and often very per­cep­tive», pp. 104–106) e, in par­ti­co­lare, dell’economia cor­po­ra­tiva (Jef­fer­son e/o Mus­so­lini, Milano, Il Falco, 1981, pp. 13–17).

Non solo. Alla sim­pa­tia di Pound nei con­fronti del fasci­smo, forse, non era estra­neo anche il suo inne­ga­bile anti­se­mi­ti­smo («Pound was anti-Semitic, and I think it use­less for Pound scho­lars to pre­tend other­wise or to see in his distinc­tion bet­ween “big jews” and “poor yitts” some basis for exo­ne­ra­tion», in T. Red­man, op. cit., pp. 4–5. Sull’antisemitismo vio­lento del poeta dell’Idaho con­corda anche G. Giar­dina, A Giu­lio Gio­rello (Su Ezra Pond), in ID. (a cura di), Let­tere a poli­tici e intel­let­tuali – II, Bolo­gna, Pen­dra­gon, 2009, pp. 31–34).

Nei discorsi radio­fo­nici pro­nun­ciati dai micro­foni dell’Eiar dalla fine del 1940 alla pri­ma­vera del 1943, prima della sua con­vinta ade­sione alla Repub­blica di Salò (Anto­nio, Pan­tano, Ezra Pound e la Repub­blica Sociale Ita­liana, Pagine, 2009), Pound così cele­brava l’antisemita L’école des Cada­vres di Céline, cen­su­rato in Francia:«non solo per la sua docu­men­ta­zione, per la sua ric­chezza lin­gui­stica, non solo per la forza della sua pro­so­dia, ma per il con­te­nuto. Prima o poi dovrete leg­gere Céline. Gli uomini d’azione della comu­nità dovranno com­prare la loro copia di L’école des Cada­vres» (Ezra Pound. Discorsi radio­fo­nici 1941–1943, Rai-Eri, 2005, a cura di Marco Dol­cetta, p. 75).

A ben vedere, dun­que, anche una con­grega di anti­se­miti potrebbe inti­to­larsi al forse mag­gior poeta di lin­gua inglese del secolo scorso (o anche l’antisemitismo di Pound era «superficiale>?).

Certo, Red­man rico­no­sce che non tutti gli stu­diosi sono d’accordo nella valu­ta­zione dell’intensità del soste­gno che Pound espresse nei con­fronti del fasci­smo. Ma pro­prio que­sto non auto­rizza ad affer­mare come cosa paci­fi­ca­mente accet­tata dalla comu­nità scien­ti­fica che la cono­scenza del regime fasci­sta da parte di Pound fosse super­fi­ciale, come invece si lascia inten­dere nella missiva.

Da ultimo, vor­remmo chie­dere ai fir­ma­tari della let­tera di soli­da­rietà quale rea­zione avreb­bero di fronte ad un’iniziativa legale volta ad impe­dire, ipo­tiz­ziamo, a un cir­colo sociale di estrema sini­stra di fre­giarsi del nome di Pablo Neruda, sulla base della tesi che l’adesione del poeta cileno al comu­ni­smo sarebbe stata in fondo super­fi­ciale (se Pound, poeta ed eco­no­mi­sta, non capì il fasci­smo, for­tiori Neruda, che solo poeta era, potrebbe aver tra­vi­sato il comu­ni­smo) e che la figura del «geniale pro­dut­tore di poe­sia e gene­roso orga­niz­za­tore di cul­tura» suda­me­ri­cano non può essere ridotta «al suo soste­gno del comu­ni­smo». Di asso­luta ila­rità, supponiamo.

 

Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia tra analisi scientifica e preoccupazioni politiche

 

Con l’anno nuovo anche il 150° anni­ver­sa­rio dell’Unità d’Italia è alle nostre spalle. Emi­lio Gen­tile, sti­lan­done un primo bilan­cio il 9 set­tem­bre scorso sull’inserto Saturno del «Fatto quo­ti­diano», iro­niz­zava sul cara­mel­loso clima cele­bra­tivo in cui si era svolta la ricor­renza e sulla fio­ri­tura, in tale occa­sione, «di una con­sor­te­ria di estem­po­ra­nei can­tori dell’orgoglio nazio­nale, i quali, improv­vi­san­dosi sto­rici del Risor­gi­mento e bio­grafi dei suoi pro­ta­go­ni­sti, fino a ieri quasi del tutto igno­rati, hanno fatto a gara per can­tare, nello stile di De Ami­cis, le qua­lità degli ita­liani e le loro glo­rie mil­le­na­rie di cui essere orgo­gliosi. Come se ne fos­sero essi stessi gli arte­fici», stra­ci­tan­dosi, tra l’altro, «ed elo­gian­dosi reci­pro­ca­mente per la loro vir­tuo­sità patriot­tica». Feno­meno, que­sto, non del tutto nuovo per Gen­tile, che la nostra sto­ria sarebbe piena di intel­let­tuali «vir­tuosi» e «sem­pre pronti a stap­pare bottiglie».

Mede­simi con­cetti, con un tono forse meno cor­ro­sivo ma comun­que vaga­mente can­zo­na­to­rio, lo sto­rico del fasci­smo espri­meva nell’introduzione dell’ottobre 2005 a La Grande Ita­lia. Il mito della nazione nel XX secolo, dove anno­tava che «lo si vede e lo si sente ovun­que. Anche nel mondo della cul­tura: pochi sono gli intel­let­tuali che si asten­gono dal recare il loro con­tri­buto alla pro­te­zione dell’identità nazio­nale, in una gene­rosa gara di nobili ini­zia­tive, miranti alla costru­zione di una sto­ria comune cemen­tata da gioie e dolori, nostal­gie e rimorsi, delu­sioni e spe­ranze»1.

Tra i con­tri­buti più gene­rosi Gen­tile citava quelli di Gian Enrico Rusconi che già fin dal 1993 con Se ces­siamo di essere una nazione lan­ciava un «grido d’allarme»2 circa il peri­colo incom­bente di una disgre­ga­zione dei vin­coli nazio­nali. Grido di allarme lar­ga­mente con­di­viso, osser­vava peral­tro Gen­tile, che ricor­dava come pro­prio a metà degli Anni Novanta si levas­sero da ogni dove nella nostra peni­sola «gere­miadi» e «necro­logi» sulla dis­so­lu­zione, ora­mai immi­nente, della Nazione.

Eppure pro­prio nel 1995 la cul­tura nostrana coglieva l’occasione del cin­quan­te­na­rio della Libe­ra­zione, a pochi mesi tra l’altro dalla caduta del primo governo Ber­lu­sconi reo di aver ‘sdo­ga­nato’ i post­fa­sci­sti gui­dati da Fini, per costruire un discorso nazio­nale per quanto pos­si­bile con­di­viso. Era ancora Rusconi, con il suo Resi­stenza e post­fa­sci­smo, a cimen­tarsi nell’impresa. Il pro­gramma di lavoro era cer­ta­mente ambizioso:«la diver­sità e la incon­ci­lia­bi­lità delle memo­rie sin­gole –dichia­rava Rusconi — devono dar luogo ad un pro­cesso di ela­bo­ra­zione che, mediato dagli stru­menti della ricerca scien­ti­fica, approda alla fine ad una matura memo­ria col­let­tiva. È una memo­ria cri­tica e soli­dale per­ché tiene conto ed ela­bora i vis­suti di tutti i pro­ta­go­ni­sti e testi­moni, non in modo dif­fe­ren­ziato e rela­ti­viz­zante, ma secondo un ordine di valori con­di­visi»3.

Il nostro dub­bio, però, è se la «ricerca scien­ti­fica» si debba impe­gnare con i pro­pri «stru­menti» per il con­se­gui­mento di tali fina­lità etico-politiche, peda­go­gi­che, civili, fina­lità cer­ta­mente apprez­za­bili sotto il pro­filo morale ma altret­tanto cer­ta­mente extra­scien­ti­fi­che. Asso­lu­ta­mente con­di­vi­si­bili ci sem­brano in pro­po­sito le con­si­de­ra­zioni che sem­pre nel 1995 svol­geva Legnani, quando sot­to­li­neava come in gene­rale la sto­rio­gra­fia della Resi­stenza si fosse tra­sfor­mata in «luogo di legit­ti­ma­zione del sistema poli­tico dell’Italia repub­bli­cana» e in par­ti­co­lare quella «del vis­suto» avesse abbrac­ciato nella sua fun­zione peda­go­gica «una visione epica della Resi­stenza»4, pro­po­sta come «momento di sin­tesi da asso­lu­tiz­zare e da assu­mere quindi come metro di misura del futuro»5. Su «que­sta auto­com­mis­sione» tera­peu­tica da parte dello sto­rico, pre­oc­cu­pato della fra­gi­lità dell’identità nazio­nale, aggiun­geva pudi­ca­mente Legnani, «qual­che rifles­sione sarebbe dav­vero oppor­tuna»6.

Diver­sa­mente dalla comu­nità scien­ti­fica, d’altro canto, la classe poli­tica, soprat­tutto nei suoi ver­tici isti­tu­zio­nali, non può non adem­piere l’obbligo civico di attin­gere dal patri­mo­nio sto­rico quanto uti­liz­za­bile (e mani­po­la­bile, quindi fal­si­fi­ca­bile) ai fini della cor­ro­bo­ra­zione dello spi­rito iden­ti­ta­rio e del sen­ti­mento nazio­nale e di sten­dere invece un velo d’oblio su quanto non si pre­sti a una simile ope­ra­zione. Così, fin dal suo primo mes­sag­gio pre­si­den­ziale al Par­la­mento, nel mag­gio 2006, Gior­gio Napo­li­tano affer­mava la pos­si­bi­lità della costru­zione di una«iden­tità con­di­visa», costru­zione in cui si era inde­fes­sa­mente eser­ci­tato anche il suo pre­de­ces­sore Caro Aze­glio Ciampi.

Da parte nostra rin­ve­niamo nella ancor­ché non recente con­si­de­ra­zione di Paul Veyne che «la sto­ria degli sto­rici si defi­ni­sce con­tro la fun­zione sociale dei ricordi sto­rici e si pone come appar­te­nente a un ideale di verità e a un inte­resse di pura curio­sità» (il cor­sivo è nostro)7, la con­ce­zione più rigo­rosa del mestiere dello sto­rico, pro­prio per­ché depri­vata di qual­si­vo­glia sovra­strut­tura etico-politica.

Gior­gio Ago­sti, in una mis­siva dei primi anni Ses­santa, quando, agli albori del cen­tro­si­ni­stra, si sarebbe messo in moto il pro­cesso che avrebbe por­tato in auge la Resi­stenza quale ele­mento fon­dante e carat­te­riz­zante la Repub­blica, scri­veva che tra le fun­zioni degli sto­rici vi fosse quella «di creare in un certo modo il “mito della Resi­stenza”, così come fecero gli Abba, i Set­tem­brini, i D’Azeglio, i Bandi, i Nievo, e quanti altri crea­rono il mito del Risor­gi­mento, depu­ra­rono cioè quella che fu una grande gior­nata della nostra sto­ria dalle sco­rie che ogni grande avven­tura sto­rica non può non con­te­nere»8. Le pre­oc­cu­pa­zioni extra­scien­ti­fi­che tra­dite da tale piano di lavoro si spie­gano age­vol­mente alla luce della tem­pe­rie poli­tica di fine anni Cin­quanta, cul­mi­nata nello ‘sfre­gio’ alla Resi­stenza del governo Tam­broni, pre­oc­cu­pa­zioni cui non dovrebbe però par­te­ci­pare lo sto­rico, indif­fe­rente, se vera­mente tale, a qual­si­vo­glia pro­cesso di nation buil­ding e ane­lante, invece, a vestire i panni dello scien­ziato «freddo» e «impar­ziale» del Qu’est-ce qu’une nation? di Ernest Renan9, sol­le­cito a vivi­se­zio­nare e quindi a minare le fon­da­menta di cer­tezze su cui viene costruito inde­fes­sa­mente l’edificio dell’identità nazio­nale. Si è spesso soste­nuto che l’uso pub­blico della sto­ria non può essere sic et sim­pli­ci­ter demo­niz­zato per­ché non sem­pre esso viene uti­liz­zato in modo mani­po­la­to­rio nella costru­zione della memo­ria pub­blica e dei pro­fili iden­ti­tari10. Noi siamo con­vinti però che gli sto­rici, in quanto scien­ziati, deb­bano dif­fi­dare delle cele­bra­zioni e aspi­rare a essere né costrut­tori di iden­tità né dispen­sa­tori di virtù civiche.

Con­serva allora a nostro avviso intatta tutta la sua attua­lità la lezione di Pierre Bayle, fon­da­tore rico­no­sciuto dell’acribia sto­rica, che nel suo Dizio­na­rio sto­rico e cri­tico del 1697avver­tiva che lo sto­rico «insen­si­bile a tutto il resto, deve essere attento solo agli inte­ressi della verità e deve sacri­fi­care a que­sta il risen­ti­mento di un’ingiuria, il ricordo di un bene­fi­cio e l’amore stesso della patria. Deve dimen­ti­care che è di un certo paese, che è stato alle­vato in una certa comu­nità, che deve la sua for­tuna a que­sto e a quello, e che que­sti e que­gli altri sono i suoi parenti o i suoi amici. Uno sto­rico in quanto tale è, come Mel­chi­se­dec, senza padre, senza madre, senza genea­lo­gia. Se gli si domanda: di dove sei? Biso­gna che risponda: non sono né fran­cese né tede­sco né inglese né spa­gnolo, ecc.; sono abi­tante del mondo. Non sono né a ser­vi­zio dell’imperatore né a ser­vi­zio del re di Fran­cia, ma solo al ser­vi­zio della verità. È la mia sola regina, e solo ad essa ho pre­stato giu­ra­mento di obbe­dienza. Tutto ciò che lo sto­rico dà all’amore di patria lo toglie agli attri­buti della sto­ria, e diviene un cat­tivo sto­rico a misura che si dimo­stri un buon suddito».

Nell’articolo su Saturno, però, Gen­tile sol­leva anche un’altra que­stione. «In un mondo di Stati nazio­nali — scrive -, […] una nazione che non è uno Stato o rischia di non essere più uno Stato, è desti­nata a vagare senza meta come un gregge disperso».

Pochi mesi prima, in Ita­liani senza padri. Inter­vi­sta sul Risor­gi­mento11, Gen­tile si diceva «per­suaso che il mito di una nazione possa soprav­vi­vere sol­tanto in uno Stato che dav­vero fun­zioni, dove ope­rino con rego­la­rità i tri­bu­nali e gli ospe­dali, i ser­vizi pub­blici e le scuole, e per­sino le car­ceri»12.

Ecco, que­sto del rap­porto tra Stato e Nazione ci sem­bra un punto di grande inte­resse e deli­ca­tis­simo. Se, infatti è indub­bio, come ricorda Gen­tile, che il diritto di ogni Nazione a farsi Stato deriva dall’idea di libertà così come è andata svol­gen­dosi fin dall’età dell’illuminismo13 e che dall’Ottocento in poi la ten­denza alla costru­zione di Stati nazio­nali è diven­tata poten­tis­sima in Europa e non solo, ci doman­diamo però se valga anche il discorso inverso, vale a dire se per fun­zio­nare in modo sod­di­sfa­cente ogni Stato abbia biso­gno di essere sor­retto da una forte iden­tità nazionale.

Pren­diamo, ad esem­pio, per restare al caso ita­liano, il primo decollo indu­striale, in età gio­lit­tiana, la rico­stru­zione post­bel­lica di fine anni Qua­ranta e il boom eco­no­mico a cavallo tra gli anni Cin­quanta e Ses­santa. Tutti que­sti periodi, cer­ta­mente, sono carat­te­riz­zati dal ten­ta­tivo, in parte riu­scito, della classe diri­gente ita­liana di moder­niz­zare il nostro Paese e di ridurre il gap che lo sepa­rava dagli altri Paesi occi­den­tali più avan­zati. Non si può cer­ta­mente par­lare, per que­sti anni, di un «vagare senza meta».

Ebbene, Gen­tile osserva, secondo noi molto acu­ta­mente, come le cele­bra­zioni del 1911 rive­las­sero non la debo­lezza del sen­ti­mento nazio­nale ma la con­trap­po­si­zione tra diverse con­ce­zioni (monar­chica, repub­bli­cana, cat­to­lica, libe­rale, socia­li­sta e nazio­na­li­sta) della Nazione14. Que­sto «ris­soso anta­go­ni­smo» tra diverse rap­pre­sen­ta­zioni dell’Italia e del suo destino con­visse così con l’avvio della prima indu­stria­liz­za­zione del nostro Paese.

Con rife­ri­mento, invece, alla «straor­di­na­ria opera di rico­stru­zione mate­riale del paese» com­piuta all’indomani della con­clu­sione del secondo con­flitto mon­diale, lo stesso Gen­tile scrive come ad essa «non cor­ri­spose la rico­stru­zione del comune sen­ti­mento di una iden­tità col­let­tiva nazio­nale sulla base dei nuovi valori e ideali dell’Italia repub­bli­cana»15.

Il mira­colo eco­no­mico fu poi accom­pa­gnato da «un vuoto ideale nella coscienza col­let­tiva degli ita­liani»16 e dalla «quasi totale indif­fe­renza degli ita­liani ai valori costi­tuivi del Risor­gi­mento, ossia alla patria e alla libertà come fon­da­menti dello Stato nazio­nale»17. Già da allora, con­ti­nua lo sto­rico, era comin­ciato «l’oblio della nazione»18.

Se tutto ciò è vero, potremmo forse allora ipo­tiz­zare che il con­se­gui­mento di più alti livelli di benes­sere, che in sostanza è ciò che i cit­ta­dini chie­dono al pro­prio Stato presso ogni lati­tu­dine, è com­pa­ti­bile con una iden­tità nazio­nale incerta.

Se pren­diamo in esame la clas­si­fica degli Stati secondo l’Indice di svi­luppo umano (http://hdr.undp.org/en/media/HDR_2010_EN_Tables_reprint.pdf), che viene cal­co­lato uti­liz­zando oltre al Pil anche fat­tori quali aspet­ta­tiva di vita e livelli di alfa­be­tiz­za­zione, con­sta­tiamo che Paesi come Nor­ve­gia e Austra­lia, al primo e al secondo posto, supe­rano Stati Uniti e Ger­ma­nia, che la Nuova Zelanda sta messo meglio della Fran­cia e l’Italia della Gran Bretagna.

Di primo acchito, quindi, sem­bre­rebbe non esi­stere una forte cor­re­la­zione tra sen­ti­mento nazio­nale e capa­cità dello Stato di garan­tire un ele­vato tenore di vita o che, per­lo­meno, nella deter­mi­na­zione di quest’ultimo, altri fat­tori siano più rile­vanti dell’identità nazionale.

 

1 E. Gen­tile, La Grande Ita­lia. Il mito della nazione nel XX secolo, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. V.

2 Ivi, p. VI.

3 G. E. Rusconi, Resi­stenza e post­fa­sci­smo, Bolo­gna, Il Mulino, 1995, p. 11.

4 M. Legnani, , Fasci­smo e repub­blica, in «Ita­lia con­tem­po­ra­nea», marzo 1995, p. 16.

5Ibi­dem.

6 M. Legnani, Una Resi­stenza sotto vuoto, in «Ita­lia con­tem­po­ra­nea», giu­gno 1995, p. 349.

7 P. Veyne, Histoire, in «Ency­clo­pae­dia Uni­ver­sa­lis», vol. VIII, Paris, Ency­clo­pae­dia Uni­ver­sa­lis France, 1968, p. 424.

8 Let­tera a Lucilla Jer­vis del 30 giu­gno 1962, in W. Jer­vis, L. Jer­vis Rochat, G. Ago­sti, Un filo tenace. Let­tere e memo­rie 1944–1969. La crea­zione di miti è una costante del discorso cul­tu­rale chia­mato a par­te­ci­pare ai processi di nation bui­ding. Uno dei mas­simi espo­nenti, ad esem­pio, della sto­rio­gra­fia pro­gres­si­sta ame­ri­cana, Carl Bec­ker, ha scritto che gli sto­rici fanno «parte di quella antica e ono­rata com­pa­gnia dei saggi della tribù, dei bardi e can­ta­sto­rie e mene­strelli, degli indo­vini e dei preti, ai quali in epo­che suc­ces­sive è stata affi­data la con­ser­va­zione dei miti utili». Con que­sta com­pa­gnia, difatti, gli sto­rici con­di­vi­dono la «pre­ser­va­zione e per­pe­tua­zione delle tra­di­zioni sociali» (Eve­ry­man His Own Histo­rian, in «The Ame­ri­can Histo­ri­cal Review», gen­naio 1932).

9 E. Renan, Che cos’è una nazione?, Roma, Don­zelli, 1998 (ed. or. 1882), p. 3

10 Cfr. ad esem­pio N. Gal­le­rano, Sto­ria e uso pub­blico della sto­ria, in Id. (a cura di), L’uso pub­blico della sto­ria, Milano, Fran­coAn­geli, 1995, pp. 17–21.

11 Roma-Bari, Laterza, 2011, a cura di Simo­netta Fiori.

12 Ivi, p. 19.

13 E. Gen­tile, La Grande Ita­lia. Il mito della nazione nel XX secolo, cit., p. 23.

14 Ivi, pp. 56–71. Cfr. anche Ita­liani senza padri. Inter­vi­sta sul Risor­gi­mento, cit., pp.45– 48 e ID., Né Stato né Nazione. Ita­liani senza meta, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 10.

15 ID., La Grande Ita­lia. Il mito della nazione nel XX secolo, cit., p. 381.

16 Ivi, p. 385.

17 ID., Ita­liani senza padri. Inter­vi­sta sul Risor­gi­mento, cit., p. 9.

18Ibi­dem.

Anticlericalismo ed istruzione scientifica nella pedagogia di Giuseppe Sergi

La prima asso­cia­zione del Libero Pen­siero di cui si ha noti­zia nasce a Parigi nel marzo del 1848, poco dopo la pro­cla­ma­zione della seconda Repub­blica. Gli espo­nenti del Libero Pen­siero fran­cese erano tei­sti, non neces­sa­ria­mente atei, cer­ta­mente anti­cle­ri­cali e anti­ec­clessiastici, carat­te­ri­sti­che che si ripe­te­ranno anche nei movi­menti del Libero Pen­siero che sor­ge­ranno fin dalla metà degli anni Cin­quanta dell’Ottocento in Bel­gio e in Ita­lia, negli anni Set­tanta in Spa­gna, Gran Bre­ta­gna e Usa e negli anni Ottanta in Ger­ma­nia. Il Libero Pen­siero si dif­fuse quindi sia tra Paesi pro­te­stanti che cat­to­lici. Con­ti­nue rea­ding

Contro l’imperialismo anglosassone. Il nazionalismo «popolare» e «rivoluzionario» dell’«Orologio» di Luciano Lucci Chiarissi

di Luca Tede­sco, otto­bre 2011

  «Debbo fare una con­sta­ta­zione con me stesso e con gli altri. Se mi doman­dano se sono fasci­sta, la mia rispo­sta è ine­qui­vo­ca­bil­mente posi­tiva. Ma lo è soprat­tutto per una sorta di con­for­mi­smo, nel senso che ho paura di appa­rire come uno di quelli che hanno “get­tato la spu­gna”, o che non sanno rea­gire alle pro­vo­ca­zioni degli avver­sari. Per molti versi, insomma, mi appaio fasci­sta per pun­ti­glio, e tutto que­sto non mi sem­bra serio»1.
Così scri­veva Luciano Lucci Chia­rissi verso la fine degli anni Set­tanta nel suo Esame di coscienza di un fasci­sta, ristam­pato l’anno scorso da Set­timo Sigillo, pec­cando forse di ecces­siva seve­rità nei pro­pri con­fronti. La tra­iet­to­ria poli­tica dise­gnata da Lucci Chia­rissi, infatti, non si svolge certo all’insegna del con­for­mi­smo poli­tico e della pigri­zia intel­let­tuale. Con­ti­nue rea­ding