Con l’anno nuovo anche il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è alle nostre spalle. Emilio Gentile, stilandone un primo bilancio il 9 settembre scorso sull’inserto Saturno del «Fatto quotidiano», ironizzava sul caramelloso clima celebrativo in cui si era svolta la ricorrenza e sulla fioritura, in tale occasione, «di una consorteria di estemporanei cantori dell’orgoglio nazionale, i quali, improvvisandosi storici del Risorgimento e biografi dei suoi protagonisti, fino a ieri quasi del tutto ignorati, hanno fatto a gara per cantare, nello stile di De Amicis, le qualità degli italiani e le loro glorie millenarie di cui essere orgogliosi. Come se ne fossero essi stessi gli artefici», stracitandosi, tra l’altro, «ed elogiandosi reciprocamente per la loro virtuosità patriottica». Fenomeno, questo, non del tutto nuovo per Gentile, che la nostra storia sarebbe piena di intellettuali «virtuosi» e «sempre pronti a stappare bottiglie».
Medesimi concetti, con un tono forse meno corrosivo ma comunque vagamente canzonatorio, lo storico del fascismo esprimeva nell’introduzione dell’ottobre 2005 a La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, dove annotava che «lo si vede e lo si sente ovunque. Anche nel mondo della cultura: pochi sono gli intellettuali che si astengono dal recare il loro contributo alla protezione dell’identità nazionale, in una generosa gara di nobili iniziative, miranti alla costruzione di una storia comune cementata da gioie e dolori, nostalgie e rimorsi, delusioni e speranze»1.
Tra i contributi più generosi Gentile citava quelli di Gian Enrico Rusconi che già fin dal 1993 con Se cessiamo di essere una nazione lanciava un «grido d’allarme»2 circa il pericolo incombente di una disgregazione dei vincoli nazionali. Grido di allarme largamente condiviso, osservava peraltro Gentile, che ricordava come proprio a metà degli Anni Novanta si levassero da ogni dove nella nostra penisola «geremiadi» e «necrologi» sulla dissoluzione, oramai imminente, della Nazione.
Eppure proprio nel 1995 la cultura nostrana coglieva l’occasione del cinquantenario della Liberazione, a pochi mesi tra l’altro dalla caduta del primo governo Berlusconi reo di aver ‘sdoganato’ i postfascisti guidati da Fini, per costruire un discorso nazionale per quanto possibile condiviso. Era ancora Rusconi, con il suo Resistenza e postfascismo, a cimentarsi nell’impresa. Il programma di lavoro era certamente ambizioso:«la diversità e la inconciliabilità delle memorie singole –dichiarava Rusconi — devono dar luogo ad un processo di elaborazione che, mediato dagli strumenti della ricerca scientifica, approda alla fine ad una matura memoria collettiva. È una memoria critica e solidale perché tiene conto ed elabora i vissuti di tutti i protagonisti e testimoni, non in modo differenziato e relativizzante, ma secondo un ordine di valori condivisi»3.
Il nostro dubbio, però, è se la «ricerca scientifica» si debba impegnare con i propri «strumenti» per il conseguimento di tali finalità etico-politiche, pedagogiche, civili, finalità certamente apprezzabili sotto il profilo morale ma altrettanto certamente extrascientifiche. Assolutamente condivisibili ci sembrano in proposito le considerazioni che sempre nel 1995 svolgeva Legnani, quando sottolineava come in generale la storiografia della Resistenza si fosse trasformata in «luogo di legittimazione del sistema politico dell’Italia repubblicana» e in particolare quella «del vissuto» avesse abbracciato nella sua funzione pedagogica «una visione epica della Resistenza»4, proposta come «momento di sintesi da assolutizzare e da assumere quindi come metro di misura del futuro»5. Su «questa autocommissione» terapeutica da parte dello storico, preoccupato della fragilità dell’identità nazionale, aggiungeva pudicamente Legnani, «qualche riflessione sarebbe davvero opportuna»6.
Diversamente dalla comunità scientifica, d’altro canto, la classe politica, soprattutto nei suoi vertici istituzionali, non può non adempiere l’obbligo civico di attingere dal patrimonio storico quanto utilizzabile (e manipolabile, quindi falsificabile) ai fini della corroborazione dello spirito identitario e del sentimento nazionale e di stendere invece un velo d’oblio su quanto non si presti a una simile operazione. Così, fin dal suo primo messaggio presidenziale al Parlamento, nel maggio 2006, Giorgio Napolitano affermava la possibilità della costruzione di una«identità condivisa», costruzione in cui si era indefessamente esercitato anche il suo predecessore Caro Azeglio Ciampi.
Da parte nostra rinveniamo nella ancorché non recente considerazione di Paul Veyne che «la storia degli storici si definisce contro la funzione sociale dei ricordi storici e si pone come appartenente a un ideale di verità e a un interesse di pura curiosità» (il corsivo è nostro)7, la concezione più rigorosa del mestiere dello storico, proprio perché deprivata di qualsivoglia sovrastruttura etico-politica.
Giorgio Agosti, in una missiva dei primi anni Sessanta, quando, agli albori del centrosinistra, si sarebbe messo in moto il processo che avrebbe portato in auge la Resistenza quale elemento fondante e caratterizzante la Repubblica, scriveva che tra le funzioni degli storici vi fosse quella «di creare in un certo modo il “mito della Resistenza”, così come fecero gli Abba, i Settembrini, i D’Azeglio, i Bandi, i Nievo, e quanti altri crearono il mito del Risorgimento, depurarono cioè quella che fu una grande giornata della nostra storia dalle scorie che ogni grande avventura storica non può non contenere»8. Le preoccupazioni extrascientifiche tradite da tale piano di lavoro si spiegano agevolmente alla luce della temperie politica di fine anni Cinquanta, culminata nello ‘sfregio’ alla Resistenza del governo Tambroni, preoccupazioni cui non dovrebbe però partecipare lo storico, indifferente, se veramente tale, a qualsivoglia processo di nation building e anelante, invece, a vestire i panni dello scienziato «freddo» e «imparziale» del Qu’est-ce qu’une nation? di Ernest Renan9, sollecito a vivisezionare e quindi a minare le fondamenta di certezze su cui viene costruito indefessamente l’edificio dell’identità nazionale. Si è spesso sostenuto che l’uso pubblico della storia non può essere sic et simpliciter demonizzato perché non sempre esso viene utilizzato in modo manipolatorio nella costruzione della memoria pubblica e dei profili identitari10. Noi siamo convinti però che gli storici, in quanto scienziati, debbano diffidare delle celebrazioni e aspirare a essere né costruttori di identità né dispensatori di virtù civiche.
Conserva allora a nostro avviso intatta tutta la sua attualità la lezione di Pierre Bayle, fondatore riconosciuto dell’acribia storica, che nel suo Dizionario storico e critico del 1697avvertiva che lo storico «insensibile a tutto il resto, deve essere attento solo agli interessi della verità e deve sacrificare a questa il risentimento di un’ingiuria, il ricordo di un beneficio e l’amore stesso della patria. Deve dimenticare che è di un certo paese, che è stato allevato in una certa comunità, che deve la sua fortuna a questo e a quello, e che questi e quegli altri sono i suoi parenti o i suoi amici. Uno storico in quanto tale è, come Melchisedec, senza padre, senza madre, senza genealogia. Se gli si domanda: di dove sei? Bisogna che risponda: non sono né francese né tedesco né inglese né spagnolo, ecc.; sono abitante del mondo. Non sono né a servizio dell’imperatore né a servizio del re di Francia, ma solo al servizio della verità. È la mia sola regina, e solo ad essa ho prestato giuramento di obbedienza. Tutto ciò che lo storico dà all’amore di patria lo toglie agli attributi della storia, e diviene un cattivo storico a misura che si dimostri un buon suddito».
Nell’articolo su Saturno, però, Gentile solleva anche un’altra questione. «In un mondo di Stati nazionali — scrive -, […] una nazione che non è uno Stato o rischia di non essere più uno Stato, è destinata a vagare senza meta come un gregge disperso».
Pochi mesi prima, in Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento11, Gentile si diceva «persuaso che il mito di una nazione possa sopravvivere soltanto in uno Stato che davvero funzioni, dove operino con regolarità i tribunali e gli ospedali, i servizi pubblici e le scuole, e persino le carceri»12.
Ecco, questo del rapporto tra Stato e Nazione ci sembra un punto di grande interesse e delicatissimo. Se, infatti è indubbio, come ricorda Gentile, che il diritto di ogni Nazione a farsi Stato deriva dall’idea di libertà così come è andata svolgendosi fin dall’età dell’illuminismo13 e che dall’Ottocento in poi la tendenza alla costruzione di Stati nazionali è diventata potentissima in Europa e non solo, ci domandiamo però se valga anche il discorso inverso, vale a dire se per funzionare in modo soddisfacente ogni Stato abbia bisogno di essere sorretto da una forte identità nazionale.
Prendiamo, ad esempio, per restare al caso italiano, il primo decollo industriale, in età giolittiana, la ricostruzione postbellica di fine anni Quaranta e il boom economico a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Tutti questi periodi, certamente, sono caratterizzati dal tentativo, in parte riuscito, della classe dirigente italiana di modernizzare il nostro Paese e di ridurre il gap che lo separava dagli altri Paesi occidentali più avanzati. Non si può certamente parlare, per questi anni, di un «vagare senza meta».
Ebbene, Gentile osserva, secondo noi molto acutamente, come le celebrazioni del 1911 rivelassero non la debolezza del sentimento nazionale ma la contrapposizione tra diverse concezioni (monarchica, repubblicana, cattolica, liberale, socialista e nazionalista) della Nazione14. Questo «rissoso antagonismo» tra diverse rappresentazioni dell’Italia e del suo destino convisse così con l’avvio della prima industrializzazione del nostro Paese.
Con riferimento, invece, alla «straordinaria opera di ricostruzione materiale del paese» compiuta all’indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale, lo stesso Gentile scrive come ad essa «non corrispose la ricostruzione del comune sentimento di una identità collettiva nazionale sulla base dei nuovi valori e ideali dell’Italia repubblicana»15.
Il miracolo economico fu poi accompagnato da «un vuoto ideale nella coscienza collettiva degli italiani»16 e dalla «quasi totale indifferenza degli italiani ai valori costituivi del Risorgimento, ossia alla patria e alla libertà come fondamenti dello Stato nazionale»17. Già da allora, continua lo storico, era cominciato «l’oblio della nazione»18.
Se tutto ciò è vero, potremmo forse allora ipotizzare che il conseguimento di più alti livelli di benessere, che in sostanza è ciò che i cittadini chiedono al proprio Stato presso ogni latitudine, è compatibile con una identità nazionale incerta.
Se prendiamo in esame la classifica degli Stati secondo l’Indice di sviluppo umano (http://hdr.undp.org/en/media/HDR_2010_EN_Tables_reprint.pdf), che viene calcolato utilizzando oltre al Pil anche fattori quali aspettativa di vita e livelli di alfabetizzazione, constatiamo che Paesi come Norvegia e Australia, al primo e al secondo posto, superano Stati Uniti e Germania, che la Nuova Zelanda sta messo meglio della Francia e l’Italia della Gran Bretagna.
Di primo acchito, quindi, sembrerebbe non esistere una forte correlazione tra sentimento nazionale e capacità dello Stato di garantire un elevato tenore di vita o che, perlomeno, nella determinazione di quest’ultimo, altri fattori siano più rilevanti dell’identità nazionale.
1 E. Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. V.
3 G. E. Rusconi, Resistenza e postfascismo, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 11.
4 M. Legnani, , Fascismo e repubblica, in «Italia contemporanea», marzo 1995, p. 16.
6 M. Legnani, Una Resistenza sotto vuoto, in «Italia contemporanea», giugno 1995, p. 349.
7 P. Veyne, Histoire, in «Encyclopaedia Universalis», vol. VIII, Paris, Encyclopaedia Universalis France, 1968, p. 424.
8 Lettera a Lucilla Jervis del 30 giugno 1962, in W. Jervis, L. Jervis Rochat, G. Agosti, Un filo tenace. Lettere e memorie 1944–1969. La creazione di miti è una costante del discorso culturale chiamato a partecipare ai processi di nation buiding. Uno dei massimi esponenti, ad esempio, della storiografia progressista americana, Carl Becker, ha scritto che gli storici fanno «parte di quella antica e onorata compagnia dei saggi della tribù, dei bardi e cantastorie e menestrelli, degli indovini e dei preti, ai quali in epoche successive è stata affidata la conservazione dei miti utili». Con questa compagnia, difatti, gli storici condividono la «preservazione e perpetuazione delle tradizioni sociali» (Everyman His Own Historian, in «The American Historical Review», gennaio 1932).
9 E. Renan, Che cos’è una nazione?, Roma, Donzelli, 1998 (ed. or. 1882), p. 3
10 Cfr. ad esempio N. Gallerano, Storia e uso pubblico della storia, in Id. (a cura di), L’uso pubblico della storia, Milano, FrancoAngeli, 1995, pp. 17–21.
11 Roma-Bari, Laterza, 2011, a cura di Simonetta Fiori.
13 E. Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, cit., p. 23.
14 Ivi, pp. 56–71. Cfr. anche Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento, cit., pp.45– 48 e ID., Né Stato né Nazione. Italiani senza meta, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 10.
15 ID., La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, cit., p. 381.
17 ID., Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento, cit., p. 9.